martedì 16 settembre 2008

C'E' GROSSA CRISI

NON SO DOVE STO ANDANDO ED IGNORO DOVE SONO ARRIVATO

E' STATO GIUSTAMENTE DETTO CHE L'ITALIANO CHE HA REALIZZATO DI PIU' FU CRISTOFORO COLOMBO CHE NON SAPEVA DOVE ANDAVA ED IGNORAVA DOVE FOSSE ARRIVATO. NON E' UN ESEMPIO DA IMITARE MA FORSE UNA RAGIONE DI CONFORTO.

domenica 14 settembre 2008

INDIFFERENTI

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia.

Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci

sabato 13 settembre 2008

LA LUCCIOLA

La Luna piena minchionò la Lucciola:
- Sarà l'effetto de l'economia,
ma quel lume che porti è debboluccio...
- Sì, - disse quella - ma la luce è mia!
( TRILUSSA)

domenica 7 settembre 2008

video intervista a Massimo D'ALEMA






PIÙ TASSE PER TUTTI
BRUNO MANFELLOTTO (Il Tirreno 07 sett. 2008)

E passi che tonnellate di monnezza made in Naples siano state provvidenzialmente dirottate verso discariche e inceneritori lombardi per gentile concessione del duo Moratti & Formigoni, un intervento di pronto soccorso ieri negato a Prodi ma oggi, guarda un po’, riservato al cavaliere. Si dirà: è il risultato che conta.
E va bene pure che all’Alitalia sia stato evitato il fallimento riducendola a un’Alitalietta e scaricando milioni di euro di debiti e ben novemila lavoratori considerati di troppo (li chiamano esuberi) non sui francesi di Air France o i tedeschi di Lufthansa ma sulle casse dello Stato, cioè su tutti noi. L’italianità val bene un pubblico salasso.
E passi perfino che, dopo avercela - come direbbe Bossi - “menata” per settimane di campagna elettorale con la storia della sicurezza, oggi gli sbarchi di profughi sulle nostre coste proseguano (e i sorrisi e le pacche sulle spalle del colonnello Gheddafi?) e gli ultrà sequestrino treni e mettano a ferro e a fuoco stadi e città. Non si può avere tutto.
Ma il ritorno dell’Ici no, questo è troppo. È la bugia che diventa sistema, è il pacco, la patacca, la sòla fiscale. Perché, come tutti ricorderete, l’altro leit motiv martellante della campagna berlusconiana era stato la riduzione della pressione fiscale di cui l’abolizione dell’Ici avrebbe rappresentato l’asse portante. A niente era servito l’allarme lanciato da tutti i sindaci (di destra e di sinistra): senza quel gettito, dicevano, i Comuni avrebbero chiuso baracca e burattini e i cittadini avrebbero dovuto rinunciare a servizi essenziali: gli slogan elettorali hanno le loro esigenze...
Ora Berlusconi si è reso conto del disastro e ha affidato a Calderoli il compito di ridisegnare e semplificare la tassazione immobiliare oggi divisa in una decina di diverse imposte. Traduzione, tornerà l’Ici, anche se si chiamerà in un altro modo.
Commenta Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, che pur avendo un gran bisogno di risorse non manda il cervello all’ammasso: “Non vorrei che rientrasse dalla finestra quello che si è cacciato dalla porta. Cioè che si introduca una tassazione immobiliare con il rischio di aumentare la pressione fiscale e penalizzare chi ha meno redditi”.
Insomma, a dispetto delle promesse le tasse aumentano, ma solo per alcuni, i più deboli e a reddito fisso. Perché altri le tasse se le sono già autoridotte. A modo loro, non pagando. Tanto di lotta all’evasione non parla più nessuno. Allegria.

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